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Intervista ad Alessandro Gassman
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Immagine dello spettacolo Incontriamo Alessandro Gassman in un luogo che gli è sicuramente familiare, la platea di un teatro, a poche ore dall’inizio dello spettacolo “La parola ai giurati” (tratto dall’omonimo film del 1957 di Sidney Lumet) col quale in questi mesi sta girando l’Italia con la sua compagnia, riscuotendo ovunque grandi apprezzamenti. Attorno a noi sono affaccendati tecnici del suono e delle luci per le ultime messe a punto prima che si alzi il sipario. Si respira un’atmosfera di grande allegria ed entusiasmo. Il nostro imbarazzo nel trovarci di fronte a uno dei personaggi più noti del nostro spettacolo, che dal celebre padre ha sicuramente ereditato il fascino e il carisma, è presto dissipato dalla sua naturalezza che nel giro di un minuto ci fa sentire perfettamente a nostro agio.

Alessandro, è inevitabile iniziare a parlare di imbarazzo, che è il leit motiv sul quale lo spot si modella ed un sentimento piuttosto radicato quando si parla di donazione di organi. Hai provato imbarazzo nel girarlo?
E perché avrei dovuto? (risponde Alessandro scherzosamente “piccato” per la domanda) Nessun tipo di imbarazzo. Sono stato invece onorato e lusingato, e d’altra parte ho accettato di girare lo spot perché lo ritenevo importante. No, decisamente no, com’è giusto che sia.

Lo spot sembra fatto su misura per te: l’ambiente è quello che ti è più congeniale, lo spazio del teatro, il palco, la compagnia di attori che tu dirigi in un’improvvisazione sul tema dell’imbarazzo. Com’ è stata l’atmosfera sul set?
L’atmosfera è stata molto gradevole, si è creato subito un clima di piacevole complicità con tutti gli attori che hanno partecipato. D’altra parte credo sia una cosa che accade sempre quando si gira uno spot a carattere sociale, quando ci si mette in gioco dal punto di vista umano. Mi sono ritrovato circondato da un gruppo di persone che la pensavano esattamente come me, convinte di fare qualcosa di importante, di poter offrire un aiuto a coloro che soffrono. Credo che sia così ogni volta che si esprime il proprio giudizio e si espone la propria persona per qualcosa in cui si crede.

Tu hai lavorato anche per spot di natura commerciale. Quali credi possano essere i punti di contatto e le divergenze tra la comunicazione per il sociale e la comunicazione pubblicitaria, diciamo così, classica?
E’ fuori dubbio che lo spot commerciale serva a garantire un buon tenore di vita, è innegabile che i cachet siano alti e per questo non si disdegna. Ma una campagna di comunicazione come quella di A.I.D.O. ha a che fare con ciò che si pensa, col proprio bagaglio di valori ed ideali. Si ha la responsabilità di fare arrivare un messaggio importante, che induca alla riflessione, che ci tocchi emotivamente. Se un punto di contatto può esserci è che in entrambi i casi il messaggio che passa attraverso lo schermo o il cartellone pubblicitario deve essere convincente, ma in un caso devi vendere, nell’altro informare. Credo che il compito principale di A.I.D.O. sia quello di mantenere un costante flusso di informazione tra l’associazione e i cittadini, perché le paure e gli imbarazzi si possono superare solo con la conoscenza.

Nella vita privata e lavorativa avrai sicuramente provato momenti di imbarazzo…
E’ inevitabile, facendo l’attore: direi che la vergogna è parte integrante del nostro lavoro, però poi col tempo e l’esperienza è un fantasma che si impara ad affrontare e a superare con sempre maggior naturalezza. Il mio mestiere d’altronde è quello di esibirmi in pubblico, quindi se fossi una persona che facilmente prova imbarazzi, se fossi particolarmente timido non credo che riuscirei a divertirmi tutte le sere come faccio, anche interpretando e lavorando, come mi accade con l’attuale spettacolo teatrale, su un testo impegnativo e drammatico come questo. Insomma, perderei il lavoro se fossi una persona che si imbarazza facilmente!

Ma ci sarà una situazione che ti ha messo, diciamo così, in difficoltà. Il pressing di una fan troppo insistente, per esempio…
Beh, gli assalti dei fan fanno parte del mestiere, essere riconosciuti per strada e firmare autografi sono cose che ti fanno comprendere che il tuo lavoro è apprezzato, non ne sono infastidito, anzi. Piuttosto provo molto imbarazzo seguendo la vita politica del nostro paese. Quando sono all’estero mi capita spesso di essere additato come italiano e come appartenente, di conseguenza, ad un paese che non sta vivendo un momento particolarmente felice sulla scena internazionale. Quindi passo il mio tempo a spiegare a chi italiano non è che il mio paese in realtà è fatto di gente migliore di chi ci governa. Non è un concetto immediato da far passare dato che nella percezione comune i governanti sono lo specchio dei governati, ma a mio avviso non è così, non oggi.

Cosa ti ha convinto ad accettare l’invito dell’AIDO a fare da testimonial?
Perché so che è una battaglia difficile quella che A.I.D.O. quotidianamente conduce e che deve superare dei pregiudizi molto forti nel nostro paese. In questo senso è fondamentale continuare a battere il tasto dell’informazione, perché solo attraverso la conoscenza si possono superare i dubbi, le diffidenze, le difficoltà legate ad un tema difficile come quello della donazione di organi, che dovremmo invece imparare a conoscere poiché è un gesto fondamentale di vita.

(intervista di Luciana Apicella e Sabrina Caliano)
 

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